Cose ridondanti

Piccolo pensiero sulla Natura

Interpeto il salire sui monti come una fuga dal fardello dei piani bassi; carico di subdola dissolutezza, lo vedo come un ostacolo all’espressionismo del Sè – ciò che ci rimane di noi, come singola persona – in questo mondo estroverso. “Marciare al suono di un tamburo diverso” intendo, il prendersi tempo di dosare la nostra presenza con l’Altro, con la coscienza che il tempo non scorra per misurarci, bensì esso a noi assoggettato, va governato affinchè possiamo noi darne un senso al suo passare. Potremmo esigere dal Tempo di misurare i nostri momenti piuttosto che implorargli di risparmiarci lo sperperare dei suoi vani secondi.

Salgo la montagna per condividere la mia presenza con me stesso piuttosto che svenderla ad altri, cercando il dialogo con la natura, nostra unità di misura e nostra fonte di rifflessioni. Alla sua visione “anche il povero misantropo e l’uomo più malinconico possono trovare la più dolce, tenera, innocente e incoraggiante compagnia” ci rassicura fermamente H.D. Thoreau, mettendo in luce la realtà di una Felicità possibile, accessibile, ben lontana per essenza dall’umiliazione dell’impulso alla felicità creatasi nella società razionalizzante, dell’oblio.

Viene in mente Adorno che racconta come la razionalizzazione ha riguardato la natura con un intensità tale che l’uomo si è volutamente distanziato da essa. Motivo di tale razionalizzazione risiede nel fatto che natura viene vista come antagonista al proprio ego razionale e alla nostra visione ordinata del mondo. La Ragione ha avuto come grande pericolo quello di allontanare l’uomo dalla Natura, rendendolo sua dominatrice materiale e spirituale. Si deduce così che tanto più possiamo attingere alla felicità primordiale della Natura, tanto più – crescendo in noi un’improduttiva avidità dell’eccedenza emotiva – la neghiamo. L’Omero guardingo sapeva e ci riservò, nero su bianco, un aneddoto: Ulisse udendo il canto ammaliatore delle sirene, fece colare la cera nelle orecchie dei rematori e si fece legare sempre più strettamente all’albero della nave godendone il canto senza essere attirato da esso. Seppe ma volle negare.

Una felicità, quindi, non corrisposta risiede in chi non instaura un rapporto di mutua intelligibilità con una natura che timida, schiva ed introversa com’è, predilige il paziente ascoltatore e l’attento osservatore.

Facciamoci avanti..

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Cose ridondanti

Salsedine sul ciarpame

La massa d’acqua leviga, usura ed erode la città; Poseidone, dall’Egeo, scaglia le sue onde in direzione del porto di Alessandria, termine ultimo loro prescritto. Quel mare scuro che non si scandaglia si riversa rabbioso sulla Corniche [1]; come i pescherecci arrivati dal largo, anche il Mediterraneo cerca l’approdo al molo sicuro, arriva persino a toccarla e a fondersi con essa. Alessandria diventa l’Itaca del Sud, isola di mezzo, tra due mari, uno blu, l’altro giallo come il deserto.

Piove, la Nawwa [2] del mese di Amshīr [3] si riversa puntuale il giorno 18, tra le vie del centralissimo quartiere di Mahaṭṭet er-raml il vento stride tanto più gli scrosci di pioggia dilavano la materia antiquata che compone la città. In breve tempo Alessandria diventa un tutt’uno col Mediterraneo, le strade affogano sotto una coltre d’acqua odor di salsedine, fogna e pescato; in simili condizioni, è vero, nessuno uscirebbe, la Nawwa va osservata dalla finestra sorseggiando del saḥlab [4] dicono alcuni. Sarà vero, perché l‘altrimenti animata via Safeyya Zaġlūl che taglia la città dal consolato italiano alla stazione centrale, ora è abbandonata al ticchettio della pioggia e a qualche poeta, come Konstantinos Kavafis [5] che molto probabilmente, nei suoi anni della Belle Époque, la percorreva in lungo e in largo da un caffè all’altro per poi tornare a casa – due isolati più in là – e stendere nero su bianco la sua Itaca. Continua a leggere

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Scorci di fiordo


Riflessione al fiordo. Delineando la nostra futilità.


Cromìe

Riflessione al fiordo

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C’era un tempo in cui a Suberg, un villaggio poco distante da Berna, c’erano vecchie case contadine con al loro esterno una panchina di legno, da cui si poteva ammirare il paesaggio. La sera, dopo faticose giornate di lavoro, i contadini si sedevano sulle loro panchine per riposare e scambiare quattro chiacchiere con i vicini.

Ma quei giorni sono ormai lontani. La maggior parte delle vecchie case agricole sono state sostituite da moderne ville circondate da alte siepi che le mettono al riparo dagli sguardi indiscreti. Così come le stradine di campagna hanno lasciato il posto all’autostrada e a una linea ferroviaria su cui sfrecciano treni ad alta velocità. […]

Per accogliere gente che lavora in città, ma vuole avere una dimora in un posto tranquillo, Suberg e molti altri paesi simili sono stati trasformati negli ultimi decenni in cosiddetti “villaggi dormitorio”: sono caratterizzati dalla presenza di case molto spaziose e dall’assenza del senso di comunità.

A Suberg – che conta 612 abitanti – il negozio locale, l’ufficio postale, la banda musicale e la cooperativa agricola sono diventati ricordi del passato. Gli abitanti ora fanno la spesa nel borgo vicino, lavorano nelle città dei dintorni e raramente socializzano con i vicini.

“I nuovi arrivati sono lì per la loro casa”, dice Martin Schuler, professore di pianificazione urbana e regionale presso il Politecnico federale di Losanna (EPFL). “Per alcuni di loro, la vita locale non è un aspetto di attrazione”.

Il professore del Politecnico aggiunge che anche nei villaggi dove la popolazione è aumentata, negli ultimi dieci anni sono stati progressivamente soppressi servizi locali di piccole dimensioni, come l’ufficio postale o la scuola, in favore di strutture più grandi destinate a un’intera regione. Secondo Schuler, ciò ha probabilmente ulteriormente contribuito alla perdita di un senso di comunità.


Poco fa, guardando la Televisione Svizzera, la RSI, tra le pubblicità spiccò questo documentario prodotto da Simon Baumann, la cui famiglia era originaria da Suberg, una piccola cittadina elvetica. Incuriosito dal percorso intrapreso verso la riscoperta delle sue origini, trova in Suberg, un altro villaggio dormitorio come tanti altri in questa nostra era. Un altro villaggio dove l’eccessivo benessere sbiade e rende meno interessante, dove la sicurezza sociale ed emotiva tolgono lettere alle parole da raccontare.

La metafora: la linea ferroviara recentemente costruita che letteralmente spezza in due il centro cittadino. Qui un bell’articolo sul documentario.

Non ci ho messo molto per pensare a casa mia, la Brianza, ormai pensata come un brutto posto dove si dorme e si lavora (anche se qualche piccola realtà è di tutt’altro avviso). L’ho notato quando otto anni fa mi sono trasferito in un area residenziale ai limiti del mio stesso paese. Ricordo che dove abitavo prima, al vecchio centro storico, mia madre discuteva spesso dal balcone con gli anziani vicini dall’altra parte della strada. Molto probabilmente, entrambe le parti, in quel caso, erano cresciute in un clima di socievolezza spontanea, naturale. Qui, invece, non mi dice nulla..il “ciao” tra vicini spesso viene degradato ad un solo cliché. Cosa è successo? E’ la domanda a cui io, Simon e tanti altri, cerchiamo una risposta.

Estate sottosopra

Estate sottosopra

Era il giovedì scorso, quando io ed un mio amico, ci siamo decisi che una bella escursione fino al passo di Salmurano sarebbe stata una buona idea; finalmente un po’ di movimento e aria nuova dopo l’Odissea universitaria. Armati di fotocamere, obiettivi e di altre diavolerie varie, ci siamo spinti poco oltre i 2000m del versante orobico, aspettandoci qualche stambecco in discesa, ma niente, di loro manco l’ombra. Anche fissare attentamente le montagne attorno alla conca non ha portato a nulla. Rimando pazientemente il mio primo appuntamento coi Re della montagna, ma in cambio, assistiamo ad un concerto di richiami tra marmotte, e ne vediamo qualcuna muoversi con disinvoltura a pochi passi da noi. Fantastico! 

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Cromìe

Estate sottosopra

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Cose ridondanti

Luce d’estate, ed è subito notte.

Nell’anno, arrivano certi brevi periodi – se non soli istanti – , in cui basta un niente per percepire l’avvenimento repentino di un cambiamento. Una luce più breve, un sole più pigro, una foglia di troppo per terra, un tramonto diverso. In questi ultimi miti giorni di fine estate, l’autunno, la stagione di mezzo, bussa alle porte, si sente. Lo si sente in quell’aria leggera, ancora intrisa dell’ultimo ardore di giorno ed impregnata d’umido e di legna al fuoco la sera. Mi piace ricollegare l’autunno all’idea di un riposo snervato, indolente, flaccido; le chiome cascanti a terra, il sole che si fa basso, le gocce che scorrono sui vetri ne sono uno scatto istantaneo. Io stesso, dopo un estate impegnativa, mi scrollo di dosso, in questo periodo, i pesi accumulati e, come se fossero foglie, li lascio cadere liberamente. Riconosco nell’autunno una forte attrazione centripeta verso il basso, è in questo periodo che noi siamo più coi piedi per terra e in noi si apre la stagione delle riflessioni.

Proprio in questo stesso periodo dell’anno passato, curiosando in biblioteca nel reparto di letteratura nordeuropea, incontrai il libro col nome più suggestivo di sempre: Luce d’estate, ed è subito notte dell’Islandese Jón Kalman Stefánsson. Un titolo-immagine che riesce ad egualiare e ad emulare tutta l’effimera e discreta bellezza di un haiku nipponico, e sebbene il buon Jón si trovi ben lontano dalla terra del sol di levante, non c’è mezzo migliore della breve poesia giapponese per rendere l’irrequietezza ed il rigore del cielo del Grande Nord. Il tempo ci spinge verso l’autunno e personalmente mi piace rivalorizzare quel titolo pensandolo anche in questa nostra mite parentesi settembrina, distante dai Nord e dagli Est.

Sfoglio il libro e leggo un fascinoso divagare di storie semplici, quotidiane, fatte da genti semplici in un villaggio di una campagna islandese altrettanto semplice; qui, nessuna storia ha a che fare con l’altra e sempre qui, in questa mia prima timida iniziativa del blog, il pensiero rimane lo stesso. Una sorta di contenitore da riempire di cose improvvise, semplici, anche futili e possibilmente privo di ogni tematica.


immagine in evidenza:
Luce d’estate, ed è subito notte. Astrazioni a Vercurago.
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“Time is but the stream I go a-fishing in. I drink at it; but while I drink I see the sandy bottom and detect how shallow it is. Its thin current slides away, but eternity remains.”


H.D. Thoreau,Walden

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Cromìe

“Il tempo è il fiume dove vado pescando”

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